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VICENDE STORICHE
Nel mese di marzo del 1562 un furioso incendio distruggeva quasi completamente la chiesa di Sant'Agostino, uno degli edifici sacri più importanti della nostra città. Fondata nel 1300 con il titolo di Santa Caterina dall'ordine eremitico di Sant'Agostino, passò all'ordine mendicante con cambio di titolo.
Ben presto i padri agostiniani innalzarono al suo fianco un vasto monastero con annesso noviziato, emulando i potenti ordini mendicanti, celestini, francescani e domenicani, che avevano occupato i punti nevralgici del colle teatino con grandiosi conventi e solenni templi. Ormai solo il popoloso quartiere Trivigliano restava privo di presenze monastiche.
Questo rione, nato da poco per volontà degli Angioini, era ed è chiuso tra porta Pescara e porta Santa Maria, e subito vi si erano stabilite nobili e facoltose famiglie quali i Taultino, gli Henrici, i Toppi, oltre a numerosi nuclei affluiti dalle vicine contrade.
Al disastroso incendio dell'antico complesso trecentesco scamparono parte del monastero con il chiostro e i muri perimetrali della chiesa, il cui lato destro si sviluppa ancor oggi lungo via degli Agostiniani con una zoccolatura a scaglioni, secondo la pendenza del suolo, diviso in più campate e con arcatelle in cotto a sesto acuto per cornice di coronamento; tuttora si leggono distintamente sulle campate più finestre sestiacute contornate da mostrine e un largo finestrone a tutto sesto con scorniciatura in pietra.
All'interno della chiesa non dovette salvarsi nulla, né strutture architettoniche, né opere d'arte. Perciò i frati si adoperarono alacremente per la ricostruzione e ottennero che Papa Pio IV concedesse con bolla del 18 agosto di quello stesso anno un'indulgenza in forma di giubileo per spingere i fedeli a donare elemosine necessarie alla fabbrica. Le cose, però, andarono piuttosto a rilento, tanto che nel 1577 i padri si rivolsero al camerlengo della città, Gianandrea Valignani, per aiuto.
La richiesta fu accolta dal Parlamento cittadino, ma i denari arrivarono il 24 febbraio dell'anno successivo. Altre elargizioni, sempre da parte della municipalità, giunsero il 12 dicembre del 1579 e poi nei mesi di giugno e agosto del 1587, anno in cui si iniziarono i lavori di restauro. E tuttavia la fabbrica non fu ultimata ancora per decenni a causa delle difficoltà economiche e sociali in cui versava il vice-reame del XVII secolo.
Finalmente i lavori ripresero nel 1587 grazie alla generosità cittadina e alla pietà di munifici fedeli, come Isabella Griffore, che lasciò una cospicua rendita per la celebrazione di venti messe da effettuarsi nell'arco di un anno nelle cappelle di patronato della propria famiglia. E' certo, infatti, che fino a tutto il 1685 la comunità monastica utilizzava parzialmente la chiesa, per la precisione si limitava all'agibilità della sola navata.
Più avanti si trovavano i lavori di restauro del convento, stando a quanto lascia intendere il Barone Giuseppe Toppi, la cui famiglia esercitava un antico patronato sulla cappella del Crocifisso della chiesa. In un sonetto della raccolta poetica " Furti virtuosi al tempo ", pubblicata a Napoli nel 1683, lamenta la morte di Agostino Vallesio, priore agostiniano, chiamandolo con enfasi " Ristoratore e Amplificatore del quasi collasso convento della sua Religione in Chieti "; e, gareggiando con più audaci marinisti, il Toppi scrive:
"Nuove strutture meditava il saggio,
per abbellir di Agostino il chiostro,
ed al sole di quello aggiunger raggio;
Ma per toglier tal pregio al secol nostro,
perché gode al mortal di fare oltraggio,
gli troncò fil di vita invido mostro".
Così, mentre la città vedeva sorgere nuove chiese e restaurare antichi templi, i lavori di Sant'Agostino conobbero una nuova interruzione. In quegli anni, tra il 1650 e 1l 1690, i celestini, i francescani e i domenicani andavano mutando radicalmente i loro edifici sacri; le clarisse, dal canto loro, arricchivano il loro monastero di via Arniense e provvedevano alle necessità della nuova casa che andavano edificando intorno all'antico nucleo monastico di Santa Maria e San Pietro.
Gli ordini religiosi sorti nel secolo a sostegno del programma controriformista ostentavano fresche energie, profuse peraltro in opere di carità e di intelletto, impiegando notevoli risorse economiche nella costruzione di vaste case e splendide chiese. Basti pensare ai Gesuiti e agli Scolopi o all'avventura secolare del seminario diocesano.
Sant'Agostino, invece, restò a mezza strada, con un impianto murario esterno medievale e un interno rispettoso dei canoni architettonici controriformisti, almeno per la navata, perché tutta l'area presbiteriale fu compiuta più tardi. Il nuovo secolo vide la ripresa dei lavori affidati all'ottimo Vittore Fontana, architetto lombardo che troviamo testimone per l'acqisto nel 1723 di travi da utilizzare per la fabbrica ancora rustica. Personalmente ho letto su due tratti della volta della navata la data " 1727 " anno della loro posa.
Otto anni dopo i padri agostiniani stipularono con lo stesso Fontana una convenzione per la ripresa della costruzione della " nuova fabbrica, interrotta per mancanza di un saldo da parte dei monaci" . La morte prematura del Fontana obbligherà a una nuova sosta e si potrà " perfettionare e interamente compire detta fabrica, ma con il campanile ", nel 1735.
Questa volta l'incarico è affidato a Domenico Poma, vicino al Fontana e residente a Penne. Finalmente la chiesa si avvia alla conclusione della sua vicenda costruttiva e riceve una decorazione plastica di un certo pregio nella navata e nelle cappelle centrali che richiama gli stucchi applicati nel 1738 da Giangirolamo Rizza all'altare di San Gaetano alla Cattedrale. L'aquila bicipite spiegata sulla cantoria ci dice che tali lavori non dovettero andare oltre quest'anno, prima cioè del passaggio del regno dal Asburgo a Borboni.
Nel 1739 le cose presero un ritmo più alacre con la direzione dei lavori affidata a Berardino Boldrini e Giovanbattista Grosso (questi aveva appena finito palazzo Frigerj progettato dal Fontana).
All'architetto lombardo Michele Clerici spetta il vanto di completare la fabbrica nel 1750, quattro anni dopo aver assunto l'incarico di coprire la chiesa con "la lamia a vela al posto della tazza, ovvero cupola col lanternino", contrariamente a quanto era stato pattuito nel primo progetto presentato dal Fontana ai padri agostiniani.
Interamente coperta, congiunti il transetto e il presbiterio con la navata, la costruzione può dirsi a tutti gli effetti compiuta, si procede perciò a decorare la volta con una stuccatura minuta e preziosa, più grossolana nell'area presbiteriale.
Nel 1751 si appone sulla facciata un portale in pietra dalle linee semplici, ma eleganti; nel 1836, in assenza dei monaci di Sant'Agostino, il cui ordine è stato sciolto per decreto napoleonico, la Confraternita dei Cinturati, ospitata nella chiesa fin dal 1708, completa la facciata con una soluzione architettonica di una certa presunzione che mal si armonizza con la angustia del vicolo su cui incombe.
VISITA ALLA CHIESA
Facciata Esterna
Completamente in laterizio, alta e stretta, è chiusa tra piatte lesene e divise da un cornicione in due ordini: su quello inferiore si apre un semplice portalino del 1751 appesantito da una banale fastigio del 1836; l'ordine superiore, raccordato all'inferiore da volute appena accennate, è quasi occupato interamente da un enorme finestrone con profondissima strombatura e coronato da un aggettante trabeazione che riprende il disegno di quella interna.
L'Interno
La prima impressione che si ricava entrando in questa chiesa è di una fredda eleganza, alquanto mitigata, tuttavia, da una decorazione in stucco molto raffinata, in contrasto con gli ideali contemplativi agostiniani, ma in sintonia con il gusto tardo-barocco della metà del secolo diciottesimo.
La pianta è a navata unica con transetto dai bracci ridotti, coperto da un finto cupolino molto ribassato e con presbiterio poco profondo. Sulla navata si affacciano due cappelle per lato riquadrate da un ordine architettonico articolato dalla travata ritmica. Una sapiente unità cromatica (nonostante interventi recenti) e il dosaggio della luce conferiscono all'insieme una nota di discreta misura sottolineata dalla preziosa stuccatura. Purtroppo inopportune ridipinture hanno ispessito la loro plasticità facendole perdere nelle parti più basse levità e grazia. Una vera prova di virtuosismo scultoreo resta la decorazione della volta che si sviluppa come un autentico merletto con motivi naturalistici o di pura fantasia, con disegni di cineserie alternati a ovati con figure di sante agostiniane.
Lungo le pareti, in alto, si allineano sei pannelli rettangolari in stucco ad altorilievo di notevole fattura, molto vicini a quelli del presbiterio di San Francesco d'Assisi; dello stesso autore è la decorazione delle cappelle centrali (potrebbe trattarsi di Giangirolamo Rizza, a cui nel 1738 Mons. Michele de Palma commette l'altare di San Gaetano nella Cattedrale). I pannelli raffigurano con movimento e buona prospettiva Santa Rita, San Tommaso da Villanova, Santa Monica e l'Angelo, Sant'Agostino e la città di Dio, San Nicola da Tolentino e San Guglielmo eremita: i santi più venerati dell'ordine agostiniano.
Particolarmente ben riuscite appaiono le sculture relative a San Tommaso e a Santa Monica, in cui si ravvisa il tema dell'Annunciazione.
La prima cappella a destra è dedicata a San Michele Arcangelo, ornata da stucchi grossolani, ma con una discreta tela firmata da Romualdo Formosa, un pittore di stretta osservanza napoletana. Molto più armoniosa è la seconda cappella, completamente stuccata dal Rizza e dedicata a San Giuseppe. Gli stucchi di questa cappella, nonostante inopportune verniciature, risultano delicati e gli ovati e i pannelli rivelano uno scultore agile e un facile narratore. L'intera decorazione narra episodi della vita di San Giuseppe: il sogno, la fuga in Egitto, l'adorazione dei Magi, la presentazione al tempio, lo sposalizio della Vergine, la visita a Santa Elisabetta, la Natività . In alto, sull'altare e sulla volta, la glorificazione del Santo.
Il pezzo forte, comunque, è costituito dalla pala raffigurante il transito di San Giuseppe , dal morbido cromatismo dorato e dal disegno magistrale. L'alta qualità del dipinto fa pensare a un buon discepolo del Giordano, forse G. B. Lama, operoso a Napoli nella prima metà del settecento.
Tutta l'area presbiteriale è stata disegnata e decorata da Michele Clerici, artista molto discontinuo che in questa opera riesce veramente scadente. Né hanno giovato all'insieme architettonico la perdita delle tele originarie dipinte per gli altari laterali, e l'abbattimento dell'antico altare maggiore. La pala maggiore, infine, tradizionalmente attribuita al pittore chietino Donato Teodoro e raffigurante la trasverberazione di Sant'Agostino è di modesta qualità, nonostante l'impegno compositivo profuso dall'autore.
Continuando la visita, incontriamo il complesso ligneo del pulpito e del confessionale congiunti in unità architettonica sobria ed efficace, quasi certamente opera di intagliatori locali. La nobiltà del manufatto ci fa maggiormente rimpiangere la perdita del coro che non poteva mancare in una chiesa conventuale.
La cappella successiva, intitolata alla Madonna della Cintura, è anch'essa opera del Rizza e si distingue per la levità della stuccatura. Sull'altare si ammira una Madonna con Bambino e Santa Monica orante, dipinta dal Teodoro nella sua fase di accostamento alla lezione di Francesco Solimena.
Infine viene la cappella del Crocifisso, stuccata in classica severità di linee in tema con il dramma del Golgota. In questa cappella è custodito un crocifisso ligneo a grandezza naturale del secolo quattordicesimo, molto simile a quello della cattedrale di Sulmona. Un sapiente restauro ne metterebbe in evidenza la forte pateticità, ridonandogli l'antico splendore.
Altre opera d'arte possiede questa antica chiesa, meno appariscenti, ma non per questo meno pregevoli, come vasi sacri d'argento e paramenti di squisita fattura, tutte opere di provenienza napoletana del XVIII secolo, ancor oggi usati nelle solenni funzioni liturgiche celebrate in questa popolosa e vivace parrocchia.
ISCRIZIONI CONSERVATE O PERDUTE DELLA CHIESA
Targa murata sul portale:
D.O.M.
TEMPLUM HOC DIVO AUGUSTINO DICATUM
PIA SODALITAS DEIPARAE CONSOLATIONIS
CUI AD SACRA PERAGENDA DATUM EST
INSTAURAVIT
ET FRONTEM UT VISITUR ARCHITECTONICO OPERE
ORNAVIT
A.D. MDCCCXXXVI
Targa posta sopra l'architrave interno della porta grande:
TEMPLUM HOC
SUMPTIBUS CONGRAGATIONIS RESTAURATUM
ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCCXII
Targhe scomparse, un tempo a sinistra e a destra del coro:
ANNO JUBILEI MDCCL
SUB BENEDICTO XIV
COMPLETUM TEMPLUM EST HOC
SUMPTIBUS CONVENTUS
Riportate dal Ravizza nei suoi "Epigrammi".